21
Nov
2013
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Il grande Obdulio Varela, fece piangere un paese


Non credo che mai così tanta gente tutta insieme abbia pianto per una partita di calcio. Forse è ingiusto parlare di tragedia visto che non è morto nessuno (a parte qualche decina di suicidi riconducibili all’episodio) ma quello che è successo il 16 luglio 1950 davanti a 180mila spettatori rimane una delle pagine più cariche di tristezza della storia del calcio di tutti i tempi.

Il Brasile, una squadra perfetta, una macchina da gol, era arrivato in finale con un ruolino impressionante: 22 reti fatte in cinque partite, avversari strapazzati. Davanti aveva l’Uruguay, squadra solida che aveva faticato e lottato contro avversari ben più modesti. La finale, in quel Maracanà appena inaugurato sembrava una formalità: il Brasile avrebbe spazzato via i modesti avversari rioplatensi e tutto il paese si sarebbe lasciato andare ad una festa incredibile che sarebbe durata per settimane, il Carnevale più grande del mondo.

Per la verità non si trattava esattamente di una finale come la intendiamo noi, ma dell’ultima partita di un girone all’italiana da quattro squadre. Il Brasile aveva stravinto le prime due, l’Uruguay aveva ottenuto un successo striminzito e un pareggio. Ai padroni di casa sarebbe bastato un pari, ma in quel contesto non aveva senso accontentarsi: l’ultima partita sarebbe dovuta essere una mera formalità. I dirigenti della nazionale uruguaya chiesero ai loro una sconfitta onorevole, limitare i danni.

In quella nazionale c’erano Oscar Miguez, Ghiggia e ‘el pepe’ Schiaffino. Ma chi si oppose a quell’atteggiamento rinunciatario fu il vero protagonista di quella partita: il grande Obdulio Varela. Aveva 33 anni e la sua esperienza internazionale in quella squadra di giovani promettenti lo aveva fatto diventare il capitano. Un ragazzone tagliato con l’accetta, come ce lo racconta il mai troppo celebrato Osvaldo Soriano, che non aveva mai dato la mano ad un arbitro in vita sua perché non voleva che la gente sugli spalti pensasse che leccava il culo a chi comandava, che non aveva mai voluto posare in una foto ufficiale, perché lui era pagato per giocare e non per fare il fotomodello.

Quando entrò in campo decise di non guardare in alto: sugli spalti 180mila persone o forse più avevano già cominciato la festa, ma la partita si giocava lì sotto. Nel primo tempo il Brasile mise alle corde l’Uruguay che si difese con ordine e cercò anche di colpire in contropiede. Ma dopo due minuti della ripresa Friaca porto in vantaggio i padroni di casa. Al Maracana cominciò la festa, partirono i fuochi d’artificio per festeggiare il primo titolo mondiale di una nazione che viveva di calcio.

Fra quelle quasi 200mila persone Obdulio fu l’unico a capire cosa stava succedendo (”loro forse sapevano tutto del pallone, ma noi sapevamo tutto del calcio”). Raccolse il pallone in fondo alla rete e si avviò lentissimamente verso il centrocampo. Fra i fischi del pubblico, cominciò una lenta e pretestuosa polemica con l’arbitro, si fece mandare in campo addirittura un interprete. Raffreddo’ gli animi, placo’ il pubblico, innervosì quella feroce macchina da gol che non vedeva l’ora di ripartire.

E dopo venti minuti Ghiggia scattò sulla fascia, saltò due avversari e servì Schiaffino che pareggiò: il colosso, ora, aveva paura. Un pareggio sarebbe bastato al Brasile, ma sugli spalti del Maracanà cominciò a serpeggiare un brutto presentimento. E così, a dieci minuti dalla fine, fu ancora Ghiggia a battere il portiere brasiliano. Il Maracanà si ammantò di un silenzio non vero. Si sentivano solo le urla dei giocatori in campo che cercavano di pareggiare, senza riuscirci. Il gigante era lì, steso, colpito a morte da un pulcino. Tutto il paese era in una disperazione totale.

Ciò che avvenne quella sera è ammantato dalla leggenda. Obdulio e il suo massaggiatore andarono ad ubriacarsi nei bar dei quartieri malfamati di Rio. Incontrò un sacco di gente che piangeva. Lo riconobbero, si fece offrire da bere. Provò a consolare quella infinita tristezza. ”Obdulio ci hai fottuti”, gli disse un tizio grande e grosso con il quale passò la notte a sbevazzare da un bar all’altro.

”Mi sono accorto – racconterà a Soriano – che ero amareggiato quanto lui. Sarebbe stato bello vedere quel Carnevale, vedere come la gente se la spassava con una cosa così semplice. Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo, ma cosa importava in confronto a tutta quella tristezza? In Uruguay la gente doveva essere felice, ma io ero lì, a Rio de Janeiro, in mezzo a tutte quelle persone sconsolate. Se adesso dovessi giocare di nuovo quella finale mi segnerei un gol contro, sissignore”.

Obdulio Varela è morto povero, solo e malato a Montevideo nel 1996. La gente lo adorava, ma la sua federazione non si è mai ricordata di lui. Negli ultimi anni della sua vita ha fatto vari lavori, ha fatto il parcheggiatore, è stato impegnato a tenere alla larga curiosi e giornalisti. Dall’Olimpo del pallone dove certo si trova, non credo che il grande Obdulio voglia essere ricordato come capitano di quella nazionale che compì quell’incredibile impresa. Piuttosto come un uomo nato poverissimo, cresciuto per strada e che ha vissuto sempre con straordinaria dignità.

”Sono molto pentito di aver giocato. Se dovessi ricominciare la mia vita da capo, il campo di gioco non lo degnerei neanche di uno sguardo. No, il calcio è tutto uno schifo. Quando hanno provato a corrompermi non mi sono né arrabbiato, né li ho buttati fuori a calci, né li ho denunciati. Ho detto di no, che si cercassero uno con meno orgoglio di me. Io mi sono sempre basato su quella filosofia che ho imparato in strada: bisogna vivere, costi quel che costi, vivere, e in cambio bisogna lasciar vivrere. Bisogna guadagnarsi la vita, ma non è giusto infangare gli altri. Per questo io non ritornerei in un campo da gioco neanche se mi offrissero milioni. Io ci ho sofferto molto e non lo sopporto. Non vale la pena impegnarsi la vita in una causa che è sudicia e corrotta. Chi se ne sente capace lo faccia pure. Un bel giorno dovrà renderne conto”.

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