30
Giu
2015
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Glastonbury o della libertà (Cosa si può vedere, ascoltare e capire al festival musicale più importante e fangoso d’Europa)


Il festival di Glastonbury è una roba stranissima.

Andarci, almeno una volta nella vita, dà la possibilità di passare tre giorni lontani dai pensieri, vedere
tante cose assurde e meravigliose, ascoltare un sacco di buona musica e capire alcune cose che hanno a che fare con concetto di libertà, in generale. Che provo a mettere in fila, alla fine di questa esperienza.

Cos’è il Festival di Glastonbury

Il festival di Glastonbury è un raduno che si svolge ogni anno nelle campagne inglesi del Somerset, a qualche centinaio di chilometri da Londra. Ci sono moltissimi palchi sui quali, da mezzogiorno a notte inoltrata, suonano centinaia di band. In mezzo ci sono tantissime altre attrazioni, artisti di strada, un circo e tantissimi banchetti dove mangiare. Ma il festival di Glastonbury è anche una città: in una gigantesca fattoria (dove ci sono anche le mucche e tutto il resto) per tre giorni campeggiano oltre 200mila persone innescando dinamiche umane e sociali molto divertenti. In un’area grossa, più o meno, come la cerchia dei viali di Bologna. E c’è il fango: anche se quest’anno ha piovuto un po’ meno del solito (un acquazzone il venerdì pomeriggio, uno la domenica mattina) c’è parecchio fango e per questo la gente va in giro con gli stivali.

Cosa non è il festival di Glastonbury

Nella rappresentazione mediatica, e anche in una certa vulgata, per semplicità si dice che Glastonbury

è l’erede di Woodstock, un festival che si svolse in America nell’agosto del 1969. Ora, io a Woodstock ovviamente non ci sono stato (mio padre aveva 17 anni, mia madre 14) ma credo che, a parte la musica, Glastonbury sia una cosa completamente diversa. Per un motivo talmente banale che mi fa fatica scriverlo: sono passati 46 anni e da allora un po’ di cose sono cambiate nel mondo.
Se Woodstock è stata la bandiera del movimento hippie, ma soprattutto, quella di un’intera generazione (quella che sta a metà strada fra i miei nonni e i miei genitori, per intendersi) la prima cosa che colpisce di Glastonbury è la sua intergenerazionalità. La media d’età è sensibilmente più alta di quello che uno si immagina. I ventenni sono una sparuta e folcloristica minoranza. Ci sono tante persone con i capelli bianchi, ma ci sono soprattutto tanti, ma tanti bambini. Tantissimi. Perché Glastonbury (al netto degli inconvenienti della pioggia e del fango che mi rendo conto essere insormontabili per le mamme italiane) sembra un luogo pensato soprattutto per loro. L’area Kids è un luogo immenso, bellissimo, una cosa a metà strada fra il paese dei Balocchi e un asilo di Reggio Emilia. E i bambini possono fare quello che vogliono nella massima sicurezza.
Quindi il festival di Glastonbury non è un “raduno-di-giovani” come si definiscono in Italia i sempre più rari grandi eventi rock (da Woodstock in avanti, diciamo). Questo per un paio di ragioni piuttosto ovvie (e per altre un po’ meno ovvie a cui arrivo dopo): perché il rock, a differenza di 46 anni fa, non è più un fenomeno d’avanguardia e i pensionati di oggi ci sono cresciuti. E passano a Glastonbury tre giorni felicissimi: ho ascoltato il concerto degli Who nelle retrovie del Pyramid stage, l’immenso palco principale, e sembrava di stare ad un concerto dei Nomadi (detto col doveroso e riverente rispetto per i Who, per i Nomadi e per il loro rispettivo pubblico, intendiamoci).
I Who erano ‘head-liners’, ovvero uno di quei grossi nomi che si mette nei manifesti e forse il 2% dei teenagers di oggi ha mai sentito il loro nome o ascoltato una canzone.

Cosa ti porta a Glastonbury

La voglia di andarci, ovviamente.
Ma la voglia di andarci non significa alzarsi una mattina e dire: “sai cosa, andiamo a Glastonbury”. I biglietti (poco meno di 200mila) per il festival vengono messi in vendita ad ottobre, quando nessuno ha la minima idea su quale possa essere il programma dei concerti. Vengono venduti TUTTI in 10-15 minuti. Quindi bisogna essere determinati, informati, pronti, rapidi ed avere una buona connessione. Entro i primi di aprile vanno pagati (costano molto, 220 sterline) e a quel punto vengono rimessi in vendita quelli prenotati e non confermati. Ma ogni anno sono poche migliaia ed aggiudicarsi uno di quelli è difficilissimo. Quindi devi pensarci per tempo.
Per arrivarci devi volare fino all’Inghilterra (Bristol o Londra) poi prendere un autobus che ti ci porta. I trasporti sono abbastanza ben organizzati: ma siccome siamo in uno sperduto posto di campagna le strade d’accesso sono quelle che sono. E l’afflusso (ma soprattutto il deflusso) sono molto complicati. Una volta varcati i cancelli si monta la tenda in una delle tante aree destinate e si lasciano i problemi alle spalle.

Ma Glastonbury è un luogo sicuro?

Un dubbio legittimo, a questo punto. In Italia, probabilmente, l’equazione concerto rock+tantissima

gente+campeggio gigante darebbe un risultato completamente diverso e chi ha frequentato a fine anni ’90-primi del Duemila i campeggi del Pistoia Blues o dell’Arezzo Wave ha una vaga idea di quello di cui sto parlando.
Glastonbury è uno dei luoghi in cui si è più sicuri al mondo e questa è una delle cose più stupefacenti di tutte. Ma poi se uno ci pensa, al di là dei pregiudizi, anche in questo caso la spiegazione è piuttosto ovvia. Se uno paga 220 sterline in anticipo senza conoscere chi suonerà ai concerti che andrà a vedere, si organizza la vita, prende le ferie e si infila in un buco piovoso dell’Inghilterra per non meno di cinque giorni, non lo fa tanto per ascoltare dei concerti rock, quanto per immergersi in un’atmosfera di spensieratezza e totale libertà. Ma sa anche che negli altri c’è questa stessa aspirazione che deve essere rispettata e, nei limiti del possibile, agevolata.
A questo si aggiunge il proverbiale amore degli inglesi per le regole (nessuno salta una fila e se inavvertitamente ti dà una spinta ti chiede subito scusa) ed un’organizzazione impressionante. Nel festival puoi fare veramente quello che vuoi: mangiare qualsiasi tipo di cosa ti possa venire in mente, i servizi igienici sono ovunque (ma non ci sono le docce) si può fare shopping, andare in Chiesa, al cinema, in discoteca, ad ascoltare un dibattito, ballare, stare in silenzio, perdersi in mezzo alla folla o trovare un angolino di quiete per rilassarsi. L’organizzazione ha una capillarità ed un’attenzione ai particolari incredibile: raccoglie i rifiuti (che sono tantissimi, le cartacce sui prati non sono un bello spot per lo spirito ecologista che Glastonbury rivendica), gestisce le emergenze mediche e umane, assiste i disabili e ostenta efficienza anche sui palchi: se ti dicono che un concerto comincerà alle 21.15, quel concerto non comincerà né alle 21.10, né alle 21.20.
L’obiezione però può essere: sì, ok, ma bastano pochi malintenzionati per rompere tutto il giocattolo.

E’ vero e in passato anche a Glastonbury ci sono stati parecchi problemi di questo tipo. Ma li hanno risolti. Intanto con una recinzione alta due metri che fa il giro del festival. I biglietti poi non solo sono nominali, ma c’è anche la tua foto sopra e prima di dartelo ti controllano i documenti.
Insomma, non puoi rivenderlo, senza eccezioni.
Malintenzionati, venditori abusivi e persone moleste, insomma, non entrano. Anche perché il costo e la modalità di acquisto dei biglietti crea una barriera economica e motivazionale che tiene fuori molte persone, diciamo così, “problematiche”. E il fatto di sapere che le persone problematiche non ci saranno, motiva ancora di più gli altri ad esserci.
Se poi qualcuno rompe le scatole il festival è pieno di steward e di addetti alla sicurezza che intervengono e lo sbattono fuori. Presenza discreta e costante anche della polizia, a piedi e a cavallo (perché siamo sempre in una fattoria).
In linea di massima, mutatis mutandis, gli inglesi sono riusciti a fare un’operazione simile a quella che hanno fatto con gli stadi: se lasci fuori quelli che vogliono fare casino, lo stadio torna a essere un luogo bello e sicuro, dove puoi portare dei bambini e dove per due ore puoi lasciarti i problemi alle spalle pensando solo a gioire o soffrire per la tua squadra del cuore. Pieno zeppo di persone come te che vogliono andare lì solo per una partita di calcio. E che non solo sono la maggioranza, ma sono tutti meno un centinaio di stupidi.

Alcol e droga

Sì, ovviamente. Hai voglia.
Ma anche in questo caso, meno di quello che si potrebbe pensare.
La birra (schifosa, fornitissima da una notissima marca danese che ha vinto la concorrenzissima degli altri per aggiudicarsi un ambitissimo e costosissimo monopolio) è molto più presente dell’acqua (che invece è un bene prezioso e va usato con oculatezza), ma in molti arrivano al festival portandosi da casa carrette piene di lattine.
In ogni caso l’impressione macro-numerica è comunque la seguente: la patente, probabilmente, la ritirerebbero a tutti, ma non c’è una sensazione di disfacimento generale. E l’ubriaco molesto, che statisticamente salta sempre fuori, viene messo in condizione di non nuocere dalla forza pacifica del branco.
L’uso di cannabis è molto diffuso e sostanzialmente tollerato. Altre sostanze, anche pesanti, girano, sia pure in misura minore. Ma Glastonbury è tutto fuori che un gran bazar della droga. Per uno spacciatore riuscire ad entrarci con la buona probabilità di essere arrestato, molto più facilmente che girando per strada, è un investimento che non vale la pena fare.

I concerti


Poi c’è anche la musica, ovviamente.
Siamo arrivati il giovedì sera quando il programma musicale non è ancora cominciato, ma la macchina Glastonbury lavora già a pieno regime. Ci siamo visti un’orchestrina messicana molto divertente e il dj set di un dj pare molto famoso. So solo che si chiama Cerrone, che è francese e che essendo francese bisogna dire Serroné.
Il primo giorno abbiamo visto i concerti più belli. Su tutti quello di Florence & The Machine, promossi headliners sul campo per l’infortunio di Dave Grohl. Uno spettacolo meraviglioso che la proietta dritta dritta in serie A. Visti anche i Cribs (non male), un paio di canzoni di James Bay, gli Alabama Shakes sotto il diluvio (fantastici, ascoltateli), un gruppo sconosciuto, chiamati gli Astronomy (ma solo perché suonavano in un luogo al chiuso e stava piovendo fortissimo),  i Circa Waves (consigliatissimi) e i grandi Libertines, che hanno suonato, prima di Florence, a sorpresa. Non erano in programma ma c’era stato un indizio: la mia dolce metà aveva incontrato Pete Doherty al cesso. Rinunciato a malincuore a Benjamin Booker, The District, Sharon Van Etten.
Il secondo giorno abbiamo fatto colazione ascoltando un ensamble di ottoni, poi ci siamo sparati gli Waterboys (pensavo meglio) i Maccabees, Ben Howard (per deprimersi un po’ in mezzo a tanta gioia) e gli Suede che fanno sempre la loro porca figura. Rinunciato a malincuore a Courtney Barnett, Paloma Faith e Pharrell Williams. Per niente a malincuore a Kanye West. A metà pomeriggio è saltato il concerto dei Texas che volevamo vedere: siccome sarebbe dovuto essere in un palco lontano dalla zona principale, ci siamo un po’ persi e questo ci ha permesso di scoprire una zona del festival inesplorata e fighissima.
La domenica mi è molto piaciuto Hozier (e sì che ero andato lì con poche aspettative), il mitico Lionel Richie (uno dei concerti più divertenti che abbia mai visto) dei bosniaci fuori di testa che si chiamano Dubioza Kolektiv, i classicissimi Belle And Sebastien per finire, appunto con i Who. In giro per il festival c’era pure il Dalai Lama, che è salito anche sul palco del Pyramid con Patti Smith. Rinunce a malincuore tante (perché il terzo giorno sei un po’ stanchino e cali per forza di cose il ritmo): Keston Cobblers club, Alt-J, Jamie T, Jack Savoretti, Death Cub for Cutie, Chemical Brothers.
In mezzo a tutto questo abbiamo ballato, siamo andati in discoteca, incontrato gente mascherata da

qualsiasi cosa, calpestato tanto fango, bevutao birra danese schifosa, conosciuto persone nuove che dopo tre giorni sembravano amici di vecchia data, mangiato una pizza, camminato sotto la pioggia, frequentato bagni dall’igiene improbabile, individuato il tipo con la bandiera dei quattro mori e avergli detto “grandi, ma come cazzo fate a essere dappertutto?”


E’ possibile farlo in Italia?

Una delle cose che spesso ci si chiede girando per Glastonbury è: ma perché in Italia non è possibile organizzare un festival (magari non proprio così, che Glastonbury non si crea dall’oggi al domani) almeno simile, con lo stesso spirito? E perché i tentativi in questo senso sono naufragati mentre non solo nella civilissima Inghilterra, ma praticamente ovunque, invece, prosperano?
In teoria si potrebbe fare anche in Italia, ma in pratica no, o almeno non ancora. Per fare una cosa bella, culturalmente interessante e gestibile servono sostanzialmente due cose che si alimentano una con l’altra: un’organizzazione impeccabile e il rispetto reciproco generalizzato. Che in Inghilterra ci sono e in Italia, per ora, no.
Una buona organizzazione sociale e il rispetto di regole condivise sono due pilastri sui quali può poggiare la libertà che, in fin dei conti, è la parola che meglio descrive il festival di Glastonbury. Libertà, per tre giorni. Sentirsi liberi, di cantare, ballare, non lavarsi, di essere sporchissimi di fango, di lasciar fuori i problemi, di perdere tempo, anche di violare una legge dello Stato fumandosi una canna, se in coscienza si è sicuri di non star facendo del male a nessuno.
Ma con la consapevolezza che le regole che questa mega comunità si è autoimposta vanno rispettate in maniera ferrea. Primo perché altrimenti tutto il festival rischia di non farsi più. Secondo, ancora più importante, perché un mio comportamento sbagliato e irrispettoso di queste regole finirebbe, inevitabilmente, per ledere la libertà di un’altra persona. Quindi rendendo un po’ meno bello per qualcuno il festival di Glastonbury.
Totalmente liberi – si impara a Glastonbury – si può essere solo se lo sono anche quelli che ti stanno intorno. Altrimenti è una libertà effimera e che non vale nulla.

 

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