14
Apr
2015
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Il paradosso della forza, il Pd di Bologna e la paura di stravincere

Il Partito democratico di Bologna è animato, in questi giorni, da un dibattito che può sembrare paradossale, ma che, probabilmente, anticipa una dinamica che potrebbe presto replicarsi anche a livello nazionale. Ovvero la paura di “stravincere”, di sbilanciare, cioè a favore chi detiene incarichi di governo rispetto al partito, l’asse del potere. Ad andarci di mezzo, in questo caso, è il sindaco Virginio Merola, che rispetto a quello che potrebbe avvenire con Matteo Renzi ha un’attrezzatura politica e mediatica meno forte per affrontare questo dibattito.

Cosa succede a Bologna?
Succede che il sindaco Virginio Merola, eletto per la prima volta nel 2011, ha annunciato di volersi ricandidare per un secondo mandato. Appena lo ha fatto dal suo partito è cominciata una campagna di logoramento culminata con l’intervista di Andrea De Maria, maggiorente dei giovani turchi, autorevole deputato bolognese e componente della segreteria di Renzi, in cui lo giudica non all’altezza e chiede di farlo passare dalle primarie.

Merola è un sostenitore di Renzi, ma non è molto coinvolto negli spesso autoreferenziali dibattiti del partito. E comunque qui i posizionamenti nazionali non c’entrano: servono solo per sviare l’attenzione dal vero punto della questione.


Il vero punto della questione è che Merola, che nel 2011 è diventato sindaco per una serie di combinazioni politiche e di vicende umane un po’ complicate, nel 2016 rischia di stravincere: per meriti suoi, per una serie di nuove combinazioni e per l’inesistenza degli avversari.


L’impressione è che questo sindaco, poco mediatico e un po’ naif, goda fra l’elettorato un apprezzamento molto più alto di quello che ha fra i politici del suo partito e nel dibattito mediatico. E potrebbe avere dalla sua tre assi nella manica. 


Al momento di andare alle urne sarà terminato da mesi il contestatissimo cantierone su via Ugo Bassi e via Rizzoli, che probabilmente avrà reso le vie più centrali di Bologna molto più belle, facendo dimenticare i disagi sofferti per mesi di lavori.


Dovrebbe essere aperto il parco Fico-EatalyWorld che, sotto la regia di Farinetti, potrebbe portare a Bologna una grande attrattiva turistica e culturale che sfrutti l’onda dell’Expo.


E potrebbe essere messo in strada il primo filobus, ponendo così almeno una prima parola definitiva ad una polemica che dura da più di un decennio.


Da alcuni giornali bolognesi la campagna di logoramento nei confronti di Merola è stata paragonata ai prodromi del 1999, quando la sinistra bolognese, dilaniata da divisioni interne, andò incontro ad una sconfitta storica e sanguinosa. Ci sono alcune analogie, ma c’è una gigantesca differenza: all’epoca c’era un centrodestra unito e in grande crescita, che rese possibile la candidatura di Giorgio Guazzaloca. Oggi un nuovo Guazzaloca non c’è e ammesso che ce ne sia uno, è ben poco probabile che possa decidere di lasciare un’altra attività (magari un ministero…) per imbarcarsi in una candidatura perdente, visto che, ad oggi, ad un anno dalle elezioni, una coalizione che tenga insieme Lega Nord, Forza Italia e centristi cattolici con l’ambizione di intercettare i voti della sinistra è un ipotesi fantascientifica. Preoccupa poco anche il Movimento 5 Stelle, che a Bologna, che è stata una delle sue culle, è più diviso che altrove.

In più, in questo caso, un pezzo del microcosmo che sta a sinistra del Pd, sosterrebbe con convinzione il Merola bis, magari con una lista civica che tenga insieme Sel, associazioni rappresentative e assessori che godono di un vasto consenso nei loro mondi di riferimento come Alberto Ronchi alla cultura e Amelia Frascaroli al welfare. Una lista che, sulla carta, potrebbe portare al sindaco Pd un po’ di consensi dell’ala sinistra, ma che potrebbe anche rubare molti voti al Pd sul lato sinistro.

Uno scenario simile, con un Merola forte, che vince al primo turno, con un Pd indebolito a vantaggio di una lista civica e un sindaco che si appresta a fare il suo secondo mandato senza né l’ansia della riconferma, né mire di altro tipo visto che Palazzo d’Accursio si può ragionevolmente ritenere l’apice della carriera politica di Merola, per alcuni dirigenti del Pd è uno scenario quasi apocalittico.

Il partito diventerebbe ancora più marginale e alcuni dei giovani assessori di Merola, che sono poco tollerati dai vertici del partito locale, ancora più importanti.

Tenendo conto del fatto che per gli anti-Merola del Pd è piuttosto difficile trovare un’alternativa valida in vista delle primarie e che comunque avrebbe bisogno della pronuncia di una larga fetta dei propri dirigenti (lo prevede lo statuto) per indirle, la strategia è diventata quella di minacciarlo, per portarlo ad un accordo preventivo: un sostegno convinto da qui alla prossima primavera, in cambio di qualche posto in giunta che non serve solo a sistemare un po’ di amici, ma anche a condizionare dall’interno un quinquennio che altrimenti sarebbe quasi incontrollabile.

Questo surreale dibattito andrà avanti ancora per un po’, almeno fino a che i giocatori al tavolo non scopriranno le carte che hanno in mano.

Sempre che il prossimo 3 maggio, dal palco della festa dell’Unità di Bologna, Matteo Renzi non decida di entrare in questo dibattito, blindando, magari con una battuta come fa spesso quando vuole sistemare le beghe locali (lo fece anche a settembre, quando in tema di primarie accusò Bonaccini e Richetti di “aver organizzato un bel casino”), la conferma di Merola.

Perché dovrebbe farlo?
Intanto, per togliersi una potenziale rottura di scatole nella federazione più importante per il Pd.
Poi per dimostrare, ancora una volta, che dentro il Pd lui ha il potere, con una battuta, di tacitare dibattiti sfiancanti.

Infine per fare una prova di disinnesco del “paradosso della forza” a livello nazionale. Per dare cioè un avvertimento a quelli che, per la paura di rendere troppo forte Renzi, potrebbero cominciare a lavorare per “non far vincere troppo” il Pd.
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